Questo articolo nasce da alcuni testi che ho richiesto ai membri del Circolo dei Sardi di Trieste per la realizzazione del sito web dell’associazione. Il mio intento era avere una base di contenuti per popolare il sito, ma mi ha particolarmente colpito il tipo di materiale inviatomi, incentrato attorno ai loro ricordi di feste e ricorrenze in Sardegna.
Questo testo non ha quindi particolari ambizioni, se non quella di restituire quanto trasmessomi su alcune celebrazioni isolane. Eppure, tra le righe del materiale raccolto, ho trovato qualcosa che reputo più prezioso della somma dei singoli contenuti: la possibilità di riconoscere, nei ricordi degli amici di Trieste, molte affinità con i miei. Ho ritrovato infatti una familiarità profonda nel modo in cui custodiamo le tradizioni attraverso dettagli molto vividi — un toponimo locale, un percorso, il sapore di un pane dolce. Sono dettagli apparentemente minuti, ma credo sia anche attraverso di essi che si conservi il legame con un luogo.
Fra i testi arrivati, ho trovato quelli dedicati a Lodè e a Macomer particolarmente significativi. Si tratta di due ricorrenze diverse: a Lodè, il 16 gennaio, la festa di Sant’Antonio Abate; a Macomer, il 13 giugno, la festa di Sant’Antonio di Padova.
Sant’Antoni ’e su ’ocu (16 gennaio – Lodè)
La ricorrenza di Sant’Antonio Abate, tra il 16 e il 17 gennaio, è molto diffusa in Sardegna ed è tradizionalmente legata all’accensione di falò (in sardo, a seconda delle zone della Sardegna: is fogus, is fogaronis o fogadonis, sos focos, sos o’os, foghilloni, etc.).
In diversi paesi dell’Isola il fuoco viene forse associato a pratiche di benedizione, protezione e auspicio, e collocato nel quadro dei riti di passaggio stagionale, in relazione al mondo agro-pastorale e all’apertura del tempo carnevalesco.
Più che cercare di coglierne un significato unico, credo sia interessante osservare il diverso rilievo che una stessa ricorrenza può assumere da un contesto locale all’altro: a Lodè, il testo inviatomi mi ha suggerito che Sant’Antoni ’e su ’ocu sia in assoluto una delle celebrazioni più sentite dalla comunità.
“Sant’Antonio è il Santo del fuoco ed è il protettore degli animali, proprio per questo i pastori e gli agricoltori in particolar modo ne sono devoti. Un’antica leggenda narra che Sant’Antonio abbia rubato dagli inferi una scintilla di fuoco e la regalò agli uomini per poter riscaldare la terra. Secondo appunto questa antica leggenda si deve ringraziare a questo Santo se abbiamo la luce e il calore. Per questo motivo il fuoco e i falò sono gli elementi principali che caratterizzano i riti in suo onore.
Fra tutti i paesi della Sardegna che festeggiano il Santo con manifestazioni più o meno grandi, è sicuramente molto caratteristica la festa di ‘Su Ocu de Sant’Antoni’ a Lodè. Lodè è un meraviglioso paese del nuorese di circa 1700 abitanti, riconosciuto come Borgo autentico d’Italia, nonché come Borgo montano medievale che sorge tra la catena calcarea del Monte Albo e i monti di Bitti, Alà dei Sardi e Buddusò, ai piedi del Monte Calvario. Il suo territorio appartiene alla regione storica nota come Alta Baronia. Questo Borgo è ricco di storia e di tradizioni popolari conservate gelosamente dalla popolazione e tramandate di generazione in generazione con tanto amore e devozione.

Fuoco Sant’Antonio Abate (Lodè) – Foto: Gabriele Sanna, via Wikimedia Commons, licenza Creative Commons (CC BY-SA 3.0).
‘Sant’Antoni de su Ocu’ è una delle feste religiose più importanti di questo paese, che ancora si tramanda intatta nei secoli: grandi e piccini aspettano con tanta emozione l’arrivo del 16 gennaio, per poter vivere intensamente la giornata ricca di eventi. Già da circa una settimana prima, tutte le diverse compagnie di amici si riuniscono per decidere chi porterà il palo, che comunemente a Lodè viene chiamato in sardo ‘Sa Pompia’ (un tronco di albero di Eucaliptus molto lungo che può arrivare a toccare un’altezza di circa 20 metri).
Il 16 gennaio tutte le compagnie – o ‘sas cumpantzias’ come dicono in Paese – si alzano molto presto per andare a tagliare le frasche, ma prima di partire tutti i componenti delle compagnie vanno in chiesa per ricevere la benedizione. Nel mentre i ragazzi più piccoli, al rintocco delle campane di mezzogiorno, escono di casa, si organizzano in piccoli gruppi e vanno di porta in porta per tutto il paese, con una federa di cuscino sulle spalle. In ogni casa dove suonano dicono la frase in sardo di tradizione ‘Tzia lo zumpamusu su ocu?’ (che vuol dire: ‘zia lo saltiamo il fuoco?’). Dopodiché ogni famiglia dona ai piccoli il pane tradizionale che viene appositamente creato per questa festa, ‘Sos Calistros’, un pane dolce davvero ottimo. Oltre al pane vengono date arance, frutta secca e dolci vari che i bambini apprezzano molto.
Verso le ore 16:00, ai rintocchi delle campane, i bambini finiscono di ‘Zumpare Su Ocu’ per le case e aspettano l’arrivo delle compagnie sui trattori e sulle macchine colme di frasche e decorazioni. Il ritorno in paese delle diverse compagnie è accompagnato da clacson, musica, canti e da un’allegria che coinvolge subito anche chi guarda. Ogni trattore e macchina è decorata con collane giganti di arance e spesso si fermano nel percorso che fanno fino ad arrivare alla piazzetta principale della chiesa, per offrire il vino tipico e fare qualche ballo con conoscenti e amici.
Una volta giunti nella piazzetta davanti alla chiesa parrocchiale ogni compagnia versa le frasche dai carrelli dei trattori e inizia a sistemare le frasche intorno all’albero, ‘Sa Pompia’, precedentemente issata al centro della piazza. Alle 17:00 si inizia con la processione del Santo: per tre volte di fila i fedeli portano sulle spalle il Santo e un corteo di altrettanti fedeli al seguito lo accompagna nel giro intorno al falò. Il parroco, dopo aver celebrato una breve messa, benedice tutti i partecipanti e poi suona la campanella, dando inizio alla gara tanto attesa da tutti i giovani.
Tutti i ragazzi delle diverse compagnie iniziano a salire sulle frasche, sfidando il fuoco e le scintille per arrivare a toccare la punta dell’albero, dove sono appesi i premi simbolici. Chi toccherà la collana di arance otterrà la vittoria; se nessuno riuscirà ad arrivare fino in cima, vincerà chi si sarà avvicinato di più, e con lui tutta la sua compagnia. Il vincitore sarà acclamato da tutti e portato sulle spalle in giro per il paese, dove si continuerà con festeggiamenti, canti e balli per tutta la nottata. La compagnia vincente avrà inoltre l’onore di organizzare, con i premi vinti, una cena per l’intera comunità.
Nello stesso scritto compaiono anche altri usi: ramoscelli bruciacchiati portati a casa come segno benedetto; ceneri sparse nei terreni o nei giardini come auspicio per il raccolto; l’osservazione della direzione del fumo da parte degli anziani. Considerati insieme, questi elementi mi hanno fatto pensare alla possibilità che il falò non sia ricordato soltanto come momento spettacolare o devozionale, ma anche come punto in cui si concentrano attese relative alla protezione della casa, al buon esito dell’annata e al rapporto fra comunità e produttività legata al tempo agricolo.
Mi ha colpito anche la distribuzione dei compiti. Tutti hanno un ruolo e sono considerati: i bambini percorrono il paese e ricevono i doni; le compagnie organizzano il taglio delle frasche e il trasporto de sa Pompia; gli adulti accompagnano il Santo e prendono parte alla processione; i giovani affrontano la prova sulla catasta. Ciò che emerge, almeno ai miei occhi, non è soltanto la successione delle fasi della festa, ma anche una distribuzione dei compiti che sembra contribuire a rendere visibili, insieme all’evento, alcune delle relazioni che lo sostengono.
Sant’Antoni ’e su Monte (13 giugno – Macomer)
Nel caso di Macomer, la ricorrenza del 13 giugno è dedicata a Sant’Antonio di Padova e si lega al santuario di Sant’Antoni ’e su Monte. La festa è preceduta dalla Treighina, cioè dalla tradizionale tredicina che inizia il 1° giugno e prepara il giorno principale della celebrazione.
“Nella settimana più attesa dell’anno a Macomer, i Fedales di un anno prescelto si preparano per affrontare la fase conclusiva della Sagra di Sant’Antoni ‘e su Monte, dedicata a Sant’Antonio di Padova, che si svolge prevalentemente nel santuario in cima alla montagna, attorniato dal bosco secolare. Dal primo giugno è in atto la tradizionale ‘Treighina’, che avrà il culmine proprio il giorno 13 di ogni anno, con la festa grande che richiama migliaia di persone anche da altre parti dell’Isola.
Giovedì mattina, come da tradizione ultrasecolare, il simulacro del santo parte dalla chiesa parrocchiale di San Pantaleo e, portato in spalla dagli organizzatori (i Fedales), si dirige alla chiesetta campestre sul Monte di Sant’Antonio, percorrendo ben 12 chilometri, nel tragitto cosiddetto ‘Intro ‘e monte’.
La sagra del monte è una manifestazione religiosa e culturale di grande importanza, che attira migliaia di fedeli e visitatori. È anche un’occasione per celebrare la fede in Sant’Antonio, ma anche per vivere insieme momenti di festa e di convivialità. Qualche giorno prima gli organizzatori invitano le persone disabili e i volontari dell’Oftal, per vivere insieme una giornata di festa insieme, nel segno dell’inclusione. Una bella giornata ideata e organizzata per sottolineare che è la festa di tutti. È una festa che merita di essere vissuta da tutti indistintamente, quindi un’occasione unica per entrare in contatto con la cultura e le tradizioni che non devono scomparire.
Il simulacro del santo farà rientro in città il giorno 14, con una processione religiosa, accompagnata dai Fedales, cavalieri, gruppi in costume e fucilieri.
Se a Lodè il racconto si concentra attorno alla piazza, al fuoco e alla prova dei giovani, a Macomer prende forma soprattutto nel percorso. Il monte non è un semplice scenario, ma il polo verso cui tutto il paese si muove e si orienta. Il testo mi ha fatto pensare a una celebrazione che non vive soltanto del suo culmine, ma anche del clima dell’attesa, del cammino e del ritorno.
Il testo si sofferma inoltre sull’ospitalità e sull’inclusione, e questo mi suggerisce che la festa venga ricordata anche come uno spazio in cui la comunità prova a mostrarsi per come desidera essere: aperta e capace di accogliere. Non saprei dire quanto questa dimensione appartenga da sempre alla ricorrenza e quanto risenta invece di una sensibilità più recente; ma il fatto che compaia nel racconto mi sembra comunque rilevante. Suggerisce, almeno, che nel ricordo della festa trova posto non solo ciò che si fa, ma anche l’idea di comunità che attraverso quei gesti si vuole esprimere.
Come per Lodè, anche il succedersi dei ruoli ha destato la mia attenzione: i Fedales sono il gruppo che organizza la festa (e, nel farlo, immagino rinnovi i propri legami o conflitti); gli altri gruppi, cavalieri, gruppi in costume e fucilieri, sono invece coinvolti nell’accompagnare il rientro del Santo in città.
La Sardegna vista da lontano
Forse questo articolo non era necessario, e riflette più i miei dubbi e le mie curiosità sul rapporto con la mia terra, da “disterrato” (dal sardo ‘disterradu’, che significa in senso ampio ‘emigrato’). È stato forse incosciente fingermi ricercatore, manipolare materie non di mia competenza, e lanciarmi in ricostruzioni sul rapporto fra memoria e appartenenza. Però penso che sia anche questo uno degli aspetti più preziosi del ritrovarsi nei circoli sardi in Italia: incontrarsi e parlare di ciò che ci lega alla Sardegna — o alle nostre diverse Sardegne — confrontando esperienze e ricordi, differenze e affinità.
Leggere i racconti mi ha colpito perché non mi sono del tutto estranei: anche a Nuraminis, in alcune ricorrenze, l’organizzazione della festa viene assunta dai nati di una stessa annata. Ricordo distintamente l’attesa per Sant’Antonio Abate e per su fogatoi, occasione in cui, similmente a Lodè, veniva offerto un pane particolare con il lardo, pani cun gedra; mentre il clima dell’attesa, e quel continuo rincorrersi di domande per il paese — “Sono partiti? È arrivato il Santo?” — mi riporta soprattutto alla festa di San Lussorio, la più sentita pur non essendo il patrono, caratterizzata dall’accompagnamento del simulacro del santo all’omonima chiesa campestre e dal successivo rientro trionfale in paese, tra fuochi artificiali e banda musicale.
Senza voler ricondurre questi racconti a categorie generali, mi sembra che i testi su Lodè e Macomer — oltre a riportarmi con la mente al mio paese d’infanzia — lascino intravedere due modi diversi in cui una comunità si rende visibile attraverso il rito: nel primo caso, radunandosi attorno al fuoco e alla piazza; nel secondo, attraverso una partenza verso il santuario e un ritorno al paese. In entrambi i casi, però, ciò che per me affiora con più forza sono i rapporti che si creano tra le persone in un tempo sospeso come quello della festa.
Forse è anche per questo che i ricordi di alcune ricorrenze continuano ad accompagnarci: perché parlano lateralmente di un modo di abitare un luogo, di attraversarlo insieme agli altri, di riconoscersi in una trama di gesti, parole e paesaggi che, anche da lontano, continua a richiamarci.


